El Niño sarà il più forte mai misurato, ma sul clima di San Marino non lascia traccia
L'indice del Pacifico è passato da -0,54 di gennaio a +2,52 di agosto, e il primato del 2015-16 è a un soffio. Ho verificato sui 75 anni di misure della centralina di Città se El Niño si sente anche qui: la risposta è no, e il numero che lo dimostra è più eloquente di qualsiasi discorso.
di Marco Biordi · · Centro Meteorologico Sammarinese
Il 3 settembre l'Organizzazione Meteorologica Mondiale ha detto una cosa che raramente si sente da un ente che di mestiere pesa le parole: la previsione non ha margini di dubbio. El Niño che si sta formando nel Pacifico diventerà molto forte, e c'è quasi il cento per cento di probabilità che duri fino a febbraio 2027.
Da allora mi hanno chiesto più volte la stessa cosa, e me l'ha chiesta anche la televisione: cosa comporta per noi. È la domanda giusta, e la risposta onesta non è quella che ci si aspetta.
Quello che sta succedendo nel Pacifico
El Niño è un riscaldamento periodico dell'oceano Pacifico lungo l'equatore, che torna ogni due o sette anni. Si misura con un indice che si chiama Niño 3.4 ed è semplicemente lo scarto di temperatura di quella fetta di oceano rispetto al normale.
A gennaio di quest'anno l'indice segnava -0,54, cioè condizioni da La Niña debole: il Pacifico era più freddo del solito. Ad agosto segnava +2,52. Sono tre gradi di salita in sette mesi, ed è il motivo per cui questo evento viene descritto come una delle partenze più rapide mai osservate.

Il primato assoluto appartiene all'inverno 2015-16, con +2,75. Siamo a un soffio, e il picco è atteso verso la fine dell'anno. Nel bollettino di agosto dell'IRI della Columbia University, quindici modelli su ventisei portano l'indice oltre i tre gradi fra ottobre e dicembre.
Dove El Niño si sente davvero
Qui comincia la parte che di solito viene saltata. Il fatto che un fenomeno sia gigantesco nel Pacifico non significa che si faccia sentire ovunque.
Invece di ridisegnare la solita mappa qualitativa che gira sui giornali, ho preferito calcolarla. Ho preso la pioggia globale misurata dal satellite dal 1979 e la temperatura da rianalisi dal 1948, ho messo a confronto gli inverni di El Niño forte con quelli neutri, e ho tenuto solo le differenze che superano una verifica statistica.

Il disegno che ne esce è netto, e racconta due cose insieme.
La prima è dove El Niño comanda davvero. La lingua verde lungo l'equatore nel Pacifico centro-orientale è pioggia che arriva dove normalmente non piove, con punte di oltre tre millimetri al giorno in più. Il marrone su Indonesia, Australia settentrionale e Amazzonia è l'opposto, cioè la siccità che questi eventi portano puntualmente da quelle parti. Sulla temperatura il cuore rosso sta sullo stesso Pacifico, e il caldo si estende al Canada occidentale e al Sud America.
La seconda cosa è il resto della mappa. Le zone tratteggiate, cioè quelle dove la differenza è statisticamente solida, coprono il due per cento del globo per la pioggia e il cinque e mezzo per cento per la temperatura. Tutto il resto è rumore. E l'Europa, il Mediterraneo e il nostro pallino sull'Italia centrale stanno nel bianco, senza tratteggio da nessuna parte.
Non è che El Niño sia debole. È che è concentrato.
Perché sul Mediterraneo non si può dire quasi niente
Il quadro della mappa lo conferma anche la letteratura.
Sull'Europa il segnale di El Niño è debole e inaffidabile. Il Nord Atlantico ha una variabilità propria talmente grande da coprirlo quasi del tutto. Quando si riesce a vederlo compare a fine inverno, fra gennaio e marzo, e non è stabile: cambia da un decennio all'altro, e uno studio pubblicato su Climate Dynamics documenta che negli ultimi anni si è perfino indebolito. Sull'estate va anche peggio, perché l'estate è la stagione in cui il segnale è più marginale.
Mi viene chiesto spesso se El Niño possa gonfiare l'anticiclone subtropicale, quello che negli ultimi anni ci porta le ondate di calore africane. La letteratura dice il contrario di quello che verrebbe da pensare. La cella di Hadley, cioè la circolazione atmosferica che genera gli anticicloni subtropicali, si restringe durante El Niño e si allarga durante La Niña. Se un effetto c'è, spinge quella fascia verso l'equatore, non verso di noi.
L'espansione dell'anticiclone delle Azzorre invece esiste davvero, ed è documentata su Nature Geoscience: quella del Novecento non ha precedenti negli ultimi milleduecento anni. Ma lo studio la attribuisce all'aumento dei gas serra, non a El Niño.
L'ho verificato sui nostri dati
Fin qui la letteratura. Poi ho voluto controllare di persona, perché una serie storica lunga ce l'ho.
Ho preso le temperature e le piogge della centralina di San Marino Città dal 1951 a oggi, mese per mese, e le ho confrontate con l'indice ufficiale del Pacifico. Ho provato quattro stagioni e tutti i ritardi da zero a dodici mesi, perché l'effetto potrebbe arrivare in differita: centoquattro combinazioni in tutto. Prima ho rimosso da entrambe le serie la tendenza di fondo, altrimenti avrei misurato soltanto il fatto che il Pacifico si scalda e San Marino pure.
Nessuna combinazione supera la verifica statistica. E c'è un numero che chiude il discorso meglio di qualsiasi test: provando centoquattro volte, per puro caso me ne aspetterei circa cinque che risultano significative. Ne ho trovate tre. Meno di quante ne produrrebbe il caso.

Ho controllato anche la finestra di fine inverno, quella in cui la letteratura dice che il segnale europeo dovrebbe esserci: la correlazione vale 0,04 sulla temperatura e 0,06 sulla pioggia. Zero, in pratica.
Poi ho verificato se per caso rispondiamo solo agli eventi forti. Ho messo a confronto gli inverni con El Niño forte e quelli con La Niña forte: la differenza è di poco più di mezzo grado, e non è statisticamente significativa. Soprattutto è più piccola di quanto il nostro inverno vari da un anno all'altro per conto suo, che è un grado e mezzo abbondante.
Un limite lo dichiaro: in settant'anni gli eventi forti sono soltanto una decina per fase, quindi un effetto piccolo non lo posso escludere del tutto. Quello che posso dire è che se esiste è sommerso dal rumore, e per chi fa previsioni è inutilizzabile.
La retta che ho calcolato ha una pendenza di 0,03 gradi per ogni grado di anomalia del Pacifico. Vuol dire che anche con l'El Niño da record di quest'anno, l'effetto atteso sul nostro inverno sarebbe un decimo di grado.
Dove El Niño conta davvero
Tutto questo non vuol dire che l'evento sia irrilevante. Conta, ma per un'altra strada.
El Niño scarica nell'atmosfera il calore che l'oceano aveva accumulato, e alza la temperatura media di tutto il pianeta: circa un decimo di grado per ogni grado di anomalia nel Pacifico, con tre o sei mesi di ritardo. Per questo il 2027 è il candidato numero uno al prossimo record globale di caldo.

Questo grafico è quello che spiega meglio il rapporto fra le due cose. Le barre rosse sono gli anni che seguono un El Niño forte, e quasi sempre sono i picchi della serie. Ma guarda le altezze. Il 1998, il super El Niño che allora fu record mondiale, segna +0,61 rispetto al trentennio 1951-1980. Il 2021, l'anno più fresco dell'ultimo decennio e per giunta in piena La Niña, segna +0,85.
L'anno più freddo di oggi è più caldo del picco da record di allora.
El Niño non fa il riscaldamento: gli si appoggia sopra, e ogni volta riparte da un gradino più alto. Il picco che porterà nel 2027 vale circa tre decimi di grado sopra la tendenza di fondo. Per accumulare quei tre decimi, al ritmo attuale il riscaldamento globale impiega una dozzina d'anni. Per qualche mese il pianeta assaggerà il clima che, senza El Niño, avrebbe verso la fine degli anni Trenta. Poi rientrerà, mentre la salita di fondo continua verso quel numero per conto suo.
E qui da noi
Il nostro clima sta cambiando, ma per la stessa ragione di fondo, non per quello che succede nel Pacifico.
Alla centralina di Città il riscaldamento misurato dal 1951 vale un terzo di grado ogni dieci anni. Non è distribuito in modo uniforme lungo l'anno: l'inverno si scalda di 0,16 gradi per decennio, l'estate di 0,55. L'estate corre più del triplo dell'inverno. Non è che faccia un po' più caldo tutto l'anno, è la stagione calda che si sta trasformando.
L'estate appena finita è stata la più calda dal 1951, con 25,0 gradi di media e quarantacinque giorni sopra i trenta contro una norma di undici. Di quello ho scritto la settimana scorsa. Se cerchi il motivo, non è dall'altra parte del mondo.
Da dove vengono questi numeri
L'indice Niño 3.4 è quello ufficiale di NOAA-CPC, aggiornato ad agosto 2026. Le probabilità previsionali vengono dal bollettino IRI della Columbia University del 19 agosto. La temperatura globale è la serie NASA GISTEMP versione 4, con scarto misurato rispetto al trentennio 1951-1980. Le due mappe vengono dalla pioggia satellitare GPCP, disponibile dal 1979, e dalla temperatura della rianalisi NCEP, disponibile dal 1948: per ciascuna cella ho confrontato la media degli inverni con El Niño forte, cioè indice pari o superiore a un grado, con quella degli inverni neutri, e ho segnato col tratteggio solo dove la differenza supera la verifica statistica con la correzione per test multipli.
La serie di San Marino è quella della centralina di Città a 660 metri. Per la temperatura ho usato la media fra massima e minima, e non il valore medio giornaliero, perché quest'ultimo cambia definizione nel 2008 e introdurrebbe un salto artificiale proprio nel mezzo del periodo analizzato. Le serie sono state private della tendenza di fondo prima del confronto, e sulle centoquattro combinazioni provate ho applicato la correzione di Benjamini e Hochberg, che serve appunto a non farsi ingannare quando si prova tante volte.
L'indice Niño 3.4 viene da NOAA-CPC, le probabilità previsionali dal bollettino IRI Columbia del 19 agosto 2026, la temperatura globale da NASA GISTEMP versione 4. La serie di San Marino è quella della centralina di Città a 660 metri, dal 1951. Per la temperatura ho usato la media fra massima e minima e non il valore medio giornaliero, perché quest'ultimo cambia definizione nel 2008 e introdurrebbe un gradino artificiale nel mezzo della serie.